Si. Perchè io ho paura di tutto. Ho paura sempre e comunque.
Ho paura di quello che vedo, di quello che sento, di quello che c'è intorno a me.
Ho paura di trasmettere la mia paura.
Ho paura di quello che sono.
Ho paura di me.
Ho paura di controllare, ho paura di vedere, ho paura di sentire.
Conosco la fonte della mia paura, per questo devo scindere la mia vita. Ma non posso fuggire da lei.
Forse le mie paure si attenueranno quando sarò via, lontano. O forse no.
Ecco, io ho paura delle mie paure. Di cosa sono, di dove mi porteranno. Ho paura di fare le cose da sola, e tuttavia rifuggo gli altri.
Ho paura delle mie decisioni.
Ho paura delle menzogne, ed ho paura della verità. Tra le due io scelgo la seconda, e ne ho paura.
Ho paura dei risultati, ho paura delle indecisioni, ho paura di affrontare le cose, per questo le affronto ancora più rapidamente del normale, per giungere alla fine prima. Ma ho paura della fine.
Ho paura delle mie paure, cerco di cacciarle ma non sempre vanno via.
Ho paura del giudizio, ho paura dell'esame. Ho paura di perdere la luce, ho paura del buio.
Del buio però mi piacciono le stelle, e pensare ad esse mi conforta.
Ho paura della morte, contro cui non posso fare nulla. Perciò penso alla luce dietro di essa per confortarmi, ma in fondo mi viene in mente più il buio, ed ho paura.
Ho paura dell'indifferenza, ho paura che i dolori del passato ritornino in maniera e forma diversa. In fondo non è detto che se sia successo una volta, non si ripeta. Ed io ho paura di questo mio pensiero.
Ho paura di certe scelte, ho paura di certi momenti della vita trascorsa, ma ho paura che la mia paura mi porti alla solitudine.
Ho paura di piangere, perchè mia madre mi ascolta.
Ho paura delle sue domande, e delle sue risposte. Ho paura delle incomprensioni che io, presa da agitazione, non riesco a spiegare.
Ho paura dei momenti in cui non vengo creduta, perchè non so lottare per affermare la verità. La mia debolezza sta proprio nel fatto di non saper far valere la mia verità contro di lei.
Ho paura dell'abbandono, vissuto o trasmesso. Ho paura di me stessa, che mi odio per aver dato schiaffi sul sedere al mio gatto, creatura innocente. Ed ho paura che adesso non mi ami più come l'ho amata io, creatura innocente, dovunque essa sia.
Ho paura delle lacrime che vorrei versare e non posso, anche adesso. Ho paura del mal di stomaco, ho paura del mio dolore al cuore.
Ho paura, e sono stanca di aver paura.

Le sensazioni più forti
sono quelle desiderate
con l'anima,
oltre che col corpo.

Quella sera era vestita di tutto punto. Indossava un vestito nero di seta, ed aveva le scarpe con i tacchi - cosa per lei abbastanza rara.
Si mise in macchina e cominciò a guidare. Non si sapeva bene dove andasse. Cominciò ad intraprendere una strada a lei conosciuta, per essere sicura di non sbagliare e di arrivare in tempo. Anche se lei in realtà, non sapeva per cosa.
Successe che ad un certo punto si dovette fermare, perchè improvvisamente la strada che stava percorrendo non era più a lei familiare. Anzi, successe una cosa strana: improvvisamente la strada divenne stretta e tortuosa, e lei non poteva percorrerla più in discesa perchè davanti a lei c'erano delle scale. E di certo non si possono scendere le scale in macchina. Decise così di tornare indietro...ma, ahimè, le scale erano comparse anche dietro di lei. Si girò ancora, e notò che le scale erano comparse anche a destra e a sinistra. C'erano scale dappertutto. La sua auto era praticamente "prigioniera" in un quadrato circondato da scale.
Dovette quindi scendere dalla macchina. Questa cosa la infastidiva non poco, perchè doveva camminare su quelle scarpe e perchè non si fidava della gente che c'era in giro. Era buio, e lei camminava di fretta. Vide qualcuno che sembrava potesse essere sospetto, strinse la sua borsa a sè e cominciò ad aumentare il passo. Cominciò a correre. Spaventata a morte correva. Non sapeva neppure se in realtà ci fosse qualcuno che la inseguisse. Lei intanto correva.
Si trovò nelle vicinanze di un albergo, e per ripararsi da quell'ombra che la inseguiva, entrò. Le dolevano i piedi, costretti dai tacchi, anche se non troppo alti. C'erano parecchie persone in quel posto, forse per un convegno. Fatto sta che erano tutte persone molto eleganti. Lei non passava molto inosservata, perchè quel vestito le donava parecchio, le donava perfino quel velo verde che le copriva le spalle. Lei odiava il verde, e non capiva perchè portasse quel velo. Le era comparso addosso così, all'improvviso. Su quel suo bellissimo vestito nero di seta.
Nonostante il luogo fosse affollato di gente, lei camminava sempre a passo svelto, sentendosi sempre inseguita. Vide una cosa davanti a sè che le diede un senso di protezione: un'ascensore.
Subito s'infilò in quell'ascensore vuota, e premette un numero a caso per far chiudere le porte. Durante la chiusura si girò verso l'uscita, e scorse per un attimo all'entrata dell'albergo una figura. Non sapeva chi fosse, era forse l'ombra che la stava inseguendo. Fatto sta che ora l'aveva chiusa fuori dall'ascensore...quindi fuori dalla sua vita.
Le porte dell'ascensore si aprirono, ad un piano a lei ignoto. Si accorse di trovarsi nella sala ristorante di quell'albergo. Centinaia di persone erano sedute ai tavoli, l'atmosfera tutt'intorno sembrava pacata e serena. Lei si diresse in fondo alla sala, dove c'era un tavolo con dei bicchieri. Ne prese uno. Bevve. Era Coca Cola.
Mentre beveva, pensò di rimanere un pochino in quel luogo ed in quella posizione, per non dare nell'occhio. Guardò il tavolo di fronte a lei. C'erano diverse persone che mangiavano e chiacchieravano, e c'era un posto vuoto. Per ognuno vi era un segnaposto con nome e cognome, e ce n'era uno anche lì. La sedia era leggermente spostata, segno che quel posto era occupato e che chi lo occupava si era allontanato un attimo. Lei guardò incuriosita quel segnaposto e sforzò gli occhi per guardare cosa ci fosse scritto: M.M.
Quelle iniziali le fecero venire subito in mente qualcosa, ma non sapeva bene cosa. Doveva vedere assolutamente chi c'era seduto su quella sedia. Si girò di spalle, e si versò dell'altra coca cola. Si rigirò verso il tavolo, ed improvvisamente la sedia non era più vuota.
Guardò, scrutò: c'era un uomo di una certa età, che ascoltava i discorsi degli amici appoggiando la mano al mento, con interesse. Quell'uomo aveva qualcosa di familiare. Lei sapeva di conoscerlo, pur non avendolo mai visto. Lo guardò, portandosi il bicchiere alle labbra. Improvvisamente lui notò che lei lo stava guardando. Alzò il mento dalla mano e spostò la testa verso di lei lentamente, accennando appena un sorriso. Un sorriso di qualcuno che osserva, che pensa di sapere e che invece non sa.
Contenta di quello sguardo, lei posò il bicchiere e si diresse verso l'uscita. Era felice, perchè pensava che finalmente aveva veduto in volto chi, per tanto tempo, aveva solo immaginato. Esisteva sì, ma lei non lo aveva mai visto.
Mentre si dirigeva verso l'uscita, si accorse che non vi era uscita, perchè doveva riprendere l'ascensore, la stessa con cui era salita. Così tornò indietro, e dovette passare di nuovo vicino a quel tavolo. Quell'uomo era ancora lì, pietrificato, con un sorriso ora ben in vista, perchè anche lui si accorse improvvisamente di aver finalmente visto qualcuno che conosceva bene. Ma che non aveva mai visto da vicino. Non si alzò, nè disse nulla. La guardò soltanto. Lei entrò così in ascensore, si girò a guardarlo per l'ultima volta e vide il suo grande sorriso, mentre le porte si chiudevano.
Questo racconto è ispirato da un bellissimo sogno che ho fatto.
Certe giornate in ufficio, come quella di oggi, mi succhiano la linfa vitale...e sembro trascurare le persone, invece non è così.
Mi perdoni?
Bene, nel senso che per oggi ho dato.
Ho mal di testa di fine aula.
Ed ho una fame lupo per la dieta.
Essì, la dieta.
Eh vabbuò.
...sono queste...
ma dico io...si può?? 

Vabbè, poi parlo io...che per regalo a mio nipote gli ho fatto proprio il pupazzo del primo personaggio che vedete sulla torta...hehe!

Sogni strani continuano a popolare le mie notti.
Sogni a cui sono stanca di dare una spiegazione.
Che le cose vengano, così come sono.
Voglio essere serena.

Una volta
mi trovai a remare
seduta in una barca
piccola
contando i cerchi nell'acqua.
Mi disperavo
perchè tali cerchi
non avevano mai fine
nè vi era modo
per contarli.
Volevo possedere
tutto
della ragione
senza rendermi conto
che ragione
non vi è sempre.
Accostai ad un'isola
in preda al panico
convinta
di non saper contare.
Aspettai che la ragione mi lasciasse.
Ma avevo paura di perderla.
Avevo paura di avere paura.
Mi stesi alla deriva, ad attendere.
Quasi un'ipnosi fu quella,
che mi fece udire quella voce.
Tranquilla, serena,
con la stessa pacatezza
di un vecchio di 100 anni
che sorride mentre tu piangi
perchè vede oltre le tue lacrime
e vede
come spesso le paure
sono nostre
e nostre soltanto.
La voce mi parlò
ed io ad occhi chiusi
ascoltavo.
Respiravo, e il cuore rallentava.
Rasserenata
accesi lo sguardo.
Non vidi altro che
un delfino...
andar via.

Stamattina ho ricevuto dei complimenti per lo svolgimento del mio lavoro in ufficio, e questa cosa mi ha fatto molto piacere.
Certo, lavorare in ufficio subito dopo la lezione in aula la mattina è dura. E poi i miei "alunni" non sono affatto facili da gestire.
Non so se è per questa situazione, ma io mi sento sempre stanca. Mi alzo la mattina già stanca, ultimamene sto anche trascurando un po' la danza. Sento la continua mancanza di sonno, e fisicamente mi sento come se avessi fatto una partita di pallone.
Mi abituerò mai? Cosa posso fare per tirarmi un po' su fisicamente?
Stamattina in auto, mentre venivo in ufficio, improvvisamente vedo un manifesto enorme, quasi quanto un palazzo:
"Immagina Napoli senza rifiuti.
Forza Italia immagina per te".
Come se Napoli per antonomasia fosse la città dei rifiuti.
Io so cosa ci farei con la carta di quel manifesto.
Poi la riciclerei.
Amore non guarda con gli occhi,
ma con l'anima.
(Shakespeare)
è stato questo...

Grazie Armando 

La semplicità della sua voce la riempiva di gioia. La tranquillità dei suoi gesti la incantava.
Eppure, il tormento di lei stava nelle parole che non le appartenevano
e nei gesti che temeva fossero stati altrove.
Scavava nelle foglie appassite di un viale di ieri, e ne trovava alcune
ch'erano state verdi, un tempo.
Le prendeva, le osservava, se le stringeva al petto e se ne doleva
perchè non erano sue.
Così con il tempo cominciò a passeggiare per tutti i viali che conosceva
stradine su e giù, in cerca di cocci di vasi rotti.
Quando un giorno ne colse uno, questo, appuntito, le ferì il dito che cominciò a sanguinarle.
Corse dalla sua voce e pianse, raccontandole come fosse stata stupida
lei, causa del suo stesso male.
Ma la voce le infuse calore in cuore scaldandola, ed entrando in ogni parte di lei.
E lei sentiva così forte la vibrazione di quel suono come trema foglia al vento e, volendola abbracciare, non poteva, sicchè era solo voce.
Pianse ancora, divisa tra le sofferenze dei cocci di vasi e quelle dell'impossibile abbraccio.
La voce la rassicurò di nuovo.
Lei chiese alla voce se riuscisse a sentire il suo amore. La voce le disse di sì, all'ennesima potenza.
Ma non bastava.
Adesso, lei tremava perchè le tornarono in mente giorni in cui si trovò in luoghi in cui soffiavano venti freddi. Venti che non avevano nulla a che fare con questo suo, di ora.
Ricordava tutte le esperienze di quei venti freddi. Qualcuno si presentò in un giorno di tempesta, in cui lei precipitava al suolo rovinosamente. Le disse che l'amava, mentre quando poi spuntava il sole rivolgeva i suoi spifferi altrove.
Altri venti invece si stancavano subito. Erano venti deboli, che cercavano sempre forze nuove. Altri venti ancora erano così sicuri della sua presenza, che davano per scontato che lei sarebbe tornata, un giorno o l'altro.
Così, accadde che lei decise di non cadere più. Venti impetuosi continuavano a volare, continuavano a passarle accanto, ma lei rimaneva rinchiusa nella sua nuvola.
Erano troppo freddi tutti quei venti insieme.
Quando poi passò quella voce...si accorse solo tardi che era anch'essa un vento. Ma un vento caldo questo, che la incuriosì tanto da uscire dalla nuvola.
Quel vento soffiava da far paura. Ma se lei non fosse uscita, tempesta non ci sarebbe stata. Lei tentennava, usciva e rientrava chiudendosi occhi e orecchie. Ma il canto di quel vento fu tanto più forte, che alla fine decise di uscire.
Quando furono travolti in uno dei loro più stretti abbracci, lei disse: "Lo senti, tutto il mio amore, Vento?", e lui le disse: "Sì. All'ennesima potenza".
"Questa è l'ultima volta che esco fuori dalla mia nuvola. Gli uomini si stancano dell'amore manifesto, e dopo un po' vanno via. Tu andrai via?".
"Io non posso andare via", le rispose il vento. "Si è mai visto vento che non sia seguito da pioggia? Tu sei pioggia. Non si può stare divisi.
Adesso andiamo và, che è tardi. I fulmini stanno aspettando".
Sete di mani
mani di seta
immense le statue
fatte di creta.
Grazie ad Armando 
Si. Perchè io ho paura di tutto. Ho paura sempre e comunque.
Ho paura di quello che vedo, di quello che sento, di quello che c'è intorno a me.
Ho paura di trasmettere la mia paura.
Ho paura di quello che sono.
Ho paura di me.
Ho paura di controllare, ho paura di vedere, ho paura di sentire.
Conosco la fonte della mia paura, per questo devo scindere la mia vita. Ma non posso fuggire da lei.
Forse le mie paure si attenueranno quando sarò via, lontano. O forse no.
Ecco, io ho paura delle mie paure. Di cosa sono, di dove mi porteranno. Ho paura di fare le cose da sola, e tuttavia rifuggo gli altri.
Ho paura delle mie decisioni.
Ho paura delle menzogne, ed ho paura della verità. Tra le due io scelgo la seconda, e ne ho paura.
Ho paura dei risultati, ho paura delle indecisioni, ho paura di affrontare le cose, per questo le affronto ancora più rapidamente del normale, per giungere alla fine prima. Ma ho paura della fine.
Ho paura delle mie paure, cerco di cacciarle ma non sempre vanno via.
Ho paura del giudizio, ho paura dell'esame. Ho paura di perdere la luce, ho paura del buio.
Del buio però mi piacciono le stelle, e pensare ad esse mi conforta.
Ho paura della morte, contro cui non posso fare nulla. Perciò penso alla luce dietro di essa per confortarmi, ma in fondo mi viene in mente più il buio, ed ho paura.
Ho paura dell'indifferenza, ho paura che i dolori del passato ritornino in maniera e forma diversa. In fondo non è detto che se sia successo una volta, non si ripeta. Ed io ho paura di questo mio pensiero.
Ho paura di certe scelte, ho paura di certi momenti della vita trascorsa, ma ho paura che la mia paura mi porti alla solitudine.
Ho paura di piangere, perchè mia madre mi ascolta.
Ho paura delle sue domande, e delle sue risposte. Ho paura delle incomprensioni che io, presa da agitazione, non riesco a spiegare.
Ho paura dei momenti in cui non vengo creduta, perchè non so lottare per affermare la verità. La mia debolezza sta proprio nel fatto di non saper far valere la mia verità contro di lei.
Ho paura dell'abbandono, vissuto o trasmesso. Ho paura di me stessa, che mi odio per aver dato schiaffi sul sedere al mio gatto, creatura innocente. Ed ho paura che adesso non mi ami più come l'ho amata io, creatura innocente, dovunque essa sia.
Ho paura delle lacrime che vorrei versare e non posso, anche adesso. Ho paura del mal di stomaco, ho paura del mio dolore al cuore.
Ho paura, e sono stanca di aver paura.
:ENDTESTO:
Le sensazioni più forti
sono quelle desiderate
con l'anima,
oltre che col corpo.
:ENDTESTO:

Quella sera era vestita di tutto punto. Indossava un vestito nero di seta, ed aveva le scarpe con i tacchi - cosa per lei abbastanza rara.
Si mise in macchina e cominciò a guidare. Non si sapeva bene dove andasse. Cominciò ad intraprendere una strada a lei conosciuta, per essere sicura di non sbagliare e di arrivare in tempo. Anche se lei in realtà, non sapeva per cosa.
Successe che ad un certo punto si dovette fermare, perchè improvvisamente la strada che stava percorrendo non era più a lei familiare. Anzi, successe una cosa strana: improvvisamente la strada divenne stretta e tortuosa, e lei non poteva percorrerla più in discesa perchè davanti a lei c'erano delle scale. E di certo non si possono scendere le scale in macchina. Decise così di tornare indietro...ma, ahimè, le scale erano comparse anche dietro di lei. Si girò ancora, e notò che le scale erano comparse anche a destra e a sinistra. C'erano scale dappertutto. La sua auto era praticamente "prigioniera" in un quadrato circondato da scale.
Dovette quindi scendere dalla macchina. Questa cosa la infastidiva non poco, perchè doveva camminare su quelle scarpe e perchè non si fidava della gente che c'era in giro. Era buio, e lei camminava di fretta. Vide qualcuno che sembrava potesse essere sospetto, strinse la sua borsa a sè e cominciò ad aumentare il passo. Cominciò a correre. Spaventata a morte correva. Non sapeva neppure se in realtà ci fosse qualcuno che la inseguisse. Lei intanto correva.
Si trovò nelle vicinanze di un albergo, e per ripararsi da quell'ombra che la inseguiva, entrò. Le dolevano i piedi, costretti dai tacchi, anche se non troppo alti. C'erano parecchie persone in quel posto, forse per un convegno. Fatto sta che erano tutte persone molto eleganti. Lei non passava molto inosservata, perchè quel vestito le donava parecchio, le donava perfino quel velo verde che le copriva le spalle. Lei odiava il verde, e non capiva perchè portasse quel velo. Le era comparso addosso così, all'improvviso. Su quel suo bellissimo vestito nero di seta.
Nonostante il luogo fosse affollato di gente, lei camminava sempre a passo svelto, sentendosi sempre inseguita. Vide una cosa davanti a sè che le diede un senso di protezione: un'ascensore.
Subito s'infilò in quell'ascensore vuota, e premette un numero a caso per far chiudere le porte. Durante la chiusura si girò verso l'uscita, e scorse per un attimo all'entrata dell'albergo una figura. Non sapeva chi fosse, era forse l'ombra che la stava inseguendo. Fatto sta che ora l'aveva chiusa fuori dall'ascensore...quindi fuori dalla sua vita.
Le porte dell'ascensore si aprirono, ad un piano a lei ignoto. Si accorse di trovarsi nella sala ristorante di quell'albergo. Centinaia di persone erano sedute ai tavoli, l'atmosfera tutt'intorno sembrava pacata e serena. Lei si diresse in fondo alla sala, dove c'era un tavolo con dei bicchieri. Ne prese uno. Bevve. Era Coca Cola.
Mentre beveva, pensò di rimanere un pochino in quel luogo ed in quella posizione, per non dare nell'occhio. Guardò il tavolo di fronte a lei. C'erano diverse persone che mangiavano e chiacchieravano, e c'era un posto vuoto. Per ognuno vi era un segnaposto con nome e cognome, e ce n'era uno anche lì. La sedia era leggermente spostata, segno che quel posto era occupato e che chi lo occupava si era allontanato un attimo. Lei guardò incuriosita quel segnaposto e sforzò gli occhi per guardare cosa ci fosse scritto: M.M.
Quelle iniziali le fecero venire subito in mente qualcosa, ma non sapeva bene cosa. Doveva vedere assolutamente chi c'era seduto su quella sedia. Si girò di spalle, e si versò dell'altra coca cola. Si rigirò verso il tavolo, ed improvvisamente la sedia non era più vuota.
Guardò, scrutò: c'era un uomo di una certa età, che ascoltava i discorsi degli amici appoggiando la mano al mento, con interesse. Quell'uomo aveva qualcosa di familiare. Lei sapeva di conoscerlo, pur non avendolo mai visto. Lo guardò, portandosi il bicchiere alle labbra. Improvvisamente lui notò che lei lo stava guardando. Alzò il mento dalla mano e spostò la testa verso di lei lentamente, accennando appena un sorriso. Un sorriso di qualcuno che osserva, che pensa di sapere e che invece non sa.
Contenta di quello sguardo, lei posò il bicchiere e si diresse verso l'uscita. Era felice, perchè pensava che finalmente aveva veduto in volto chi, per tanto tempo, aveva solo immaginato. Esisteva sì, ma lei non lo aveva mai visto.
Mentre si dirigeva verso l'uscita, si accorse che non vi era uscita, perchè doveva riprendere l'ascensore, la stessa con cui era salita. Così tornò indietro, e dovette passare di nuovo vicino a quel tavolo. Quell'uomo era ancora lì, pietrificato, con un sorriso ora ben in vista, perchè anche lui si accorse improvvisamente di aver finalmente visto qualcuno che conosceva bene. Ma che non aveva mai visto da vicino. Non si alzò, nè disse nulla. La guardò soltanto. Lei entrò così in ascensore, si girò a guardarlo per l'ultima volta e vide il suo grande sorriso, mentre le porte si chiudevano.
Questo racconto è ispirato da un bellissimo sogno che ho fatto.
:ENDTESTO:Certe giornate in ufficio, come quella di oggi, mi succhiano la linfa vitale...e sembro trascurare le persone, invece non è così.
Mi perdoni?
Bene, nel senso che per oggi ho dato.
Ho mal di testa di fine aula.
Ed ho una fame lupo per la dieta.
Essì, la dieta.
Eh vabbuò.
:ENDTESTO:...sono queste...
ma dico io...si può?? 

Vabbè, poi parlo io...che per regalo a mio nipote gli ho fatto proprio il pupazzo del primo personaggio che vedete sulla torta...hehe!
:ENDTESTO:

Sogni strani continuano a popolare le mie notti.
Sogni a cui sono stanca di dare una spiegazione.
Che le cose vengano, così come sono.
Voglio essere serena.
:ENDTESTO:
Una volta
mi trovai a remare
seduta in una barca
piccola
contando i cerchi nell'acqua.
Mi disperavo
perchè tali cerchi
non avevano mai fine
nè vi era modo
per contarli.
Volevo possedere
tutto
della ragione
senza rendermi conto
che ragione
non vi è sempre.
Accostai ad un'isola
in preda al panico
convinta
di non saper contare.
Aspettai che la ragione mi lasciasse.
Ma avevo paura di perderla.
Avevo paura di avere paura.
Mi stesi alla deriva, ad attendere.
Quasi un'ipnosi fu quella,
che mi fece udire quella voce.
Tranquilla, serena,
con la stessa pacatezza
di un vecchio di 100 anni
che sorride mentre tu piangi
perchè vede oltre le tue lacrime
e vede
come spesso le paure
sono nostre
e nostre soltanto.
La voce mi parlò
ed io ad occhi chiusi
ascoltavo.
Respiravo, e il cuore rallentava.
Rasserenata
accesi lo sguardo.
Non vidi altro che
un delfino...
andar via.

Stamattina ho ricevuto dei complimenti per lo svolgimento del mio lavoro in ufficio, e questa cosa mi ha fatto molto piacere.
Certo, lavorare in ufficio subito dopo la lezione in aula la mattina è dura. E poi i miei "alunni" non sono affatto facili da gestire.
Non so se è per questa situazione, ma io mi sento sempre stanca. Mi alzo la mattina già stanca, ultimamene sto anche trascurando un po' la danza. Sento la continua mancanza di sonno, e fisicamente mi sento come se avessi fatto una partita di pallone.
Mi abituerò mai? Cosa posso fare per tirarmi un po' su fisicamente?
:ENDTESTO:Stamattina in auto, mentre venivo in ufficio, improvvisamente vedo un manifesto enorme, quasi quanto un palazzo:
"Immagina Napoli senza rifiuti.
Forza Italia immagina per te".
Come se Napoli per antonomasia fosse la città dei rifiuti.
Io so cosa ci farei con la carta di quel manifesto.
Poi la riciclerei.
:ENDTESTO:Amore non guarda con gli occhi,
ma con l'anima.
(Shakespeare)
:ENDTESTO:è stato questo...

Grazie Armando 

La semplicità della sua voce la riempiva di gioia. La tranquillità dei suoi gesti la incantava.
Eppure, il tormento di lei stava nelle parole che non le appartenevano
e nei gesti che temeva fossero stati altrove.
Scavava nelle foglie appassite di un viale di ieri, e ne trovava alcune
ch'erano state verdi, un tempo.
Le prendeva, le osservava, se le stringeva al petto e se ne doleva
perchè non erano sue.
Così con il tempo cominciò a passeggiare per tutti i viali che conosceva
stradine su e giù, in cerca di cocci di vasi rotti.
Quando un giorno ne colse uno, questo, appuntito, le ferì il dito che cominciò a sanguinarle.
Corse dalla sua voce e pianse, raccontandole come fosse stata stupida
lei, causa del suo stesso male.
Ma la voce le infuse calore in cuore scaldandola, ed entrando in ogni parte di lei.
E lei sentiva così forte la vibrazione di quel suono come trema foglia al vento e, volendola abbracciare, non poteva, sicchè era solo voce.
Pianse ancora, divisa tra le sofferenze dei cocci di vasi e quelle dell'impossibile abbraccio.
La voce la rassicurò di nuovo.
Lei chiese alla voce se riuscisse a sentire il suo amore. La voce le disse di sì, all'ennesima potenza.
Ma non bastava.
Adesso, lei tremava perchè le tornarono in mente giorni in cui si trovò in luoghi in cui soffiavano venti freddi. Venti che non avevano nulla a che fare con questo suo, di ora.
Ricordava tutte le esperienze di quei venti freddi. Qualcuno si presentò in un giorno di tempesta, in cui lei precipitava al suolo rovinosamente. Le disse che l'amava, mentre quando poi spuntava il sole rivolgeva i suoi spifferi altrove.
Altri venti invece si stancavano subito. Erano venti deboli, che cercavano sempre forze nuove. Altri venti ancora erano così sicuri della sua presenza, che davano per scontato che lei sarebbe tornata, un giorno o l'altro.
Così, accadde che lei decise di non cadere più. Venti impetuosi continuavano a volare, continuavano a passarle accanto, ma lei rimaneva rinchiusa nella sua nuvola.
Erano troppo freddi tutti quei venti insieme.
Quando poi passò quella voce...si accorse solo tardi che era anch'essa un vento. Ma un vento caldo questo, che la incuriosì tanto da uscire dalla nuvola.
Quel vento soffiava da far paura. Ma se lei non fosse uscita, tempesta non ci sarebbe stata. Lei tentennava, usciva e rientrava chiudendosi occhi e orecchie. Ma il canto di quel vento fu tanto più forte, che alla fine decise di uscire.
Quando furono travolti in uno dei loro più stretti abbracci, lei disse: "Lo senti, tutto il mio amore, Vento?", e lui le disse: "Sì. All'ennesima potenza".
"Questa è l'ultima volta che esco fuori dalla mia nuvola. Gli uomini si stancano dell'amore manifesto, e dopo un po' vanno via. Tu andrai via?".
"Io non posso andare via", le rispose il vento. "Si è mai visto vento che non sia seguito da pioggia? Tu sei pioggia. Non si può stare divisi.
Adesso andiamo và, che è tardi. I fulmini stanno aspettando".
Sete di mani
mani di seta
immense le statue
fatte di creta.
Grazie ad Armando 